La-citta-La-Nuova-Frontiera

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La città


“Ormai non volevo che nessuno mi spiegasse niente, mai più. A che servono le spiegazioni, se non fanno che confondere le cose, e creare nuovi e molteplici interrogativi? Da quando ero uscito da quella casa − no; anzi, da quando ero arrivato, o forse da molto tempo prima − non avevo fatto altro che vagare smarrito in un mare immenso, che racchiudeva tutto.”

Quando l’anonimo protagonista varca per la prima volta la soglia di quella casa nota subito che è disabitata da anni. Mentre sistema le sue cose e si prepara a passare la notte si accorge che non ha da mangiare. Decide quindi di uscire diretto a un negozietto che ricorda vicino. Dopo aver camminato un bel po’, capisce di essersi perso e, sorpreso da un acquazzone, non ha altra scelta se non fare l’autostop. Sotto la pioggia battente viene caricato da un camion dove, oltre al guidatore, siede una misteriosa donna.
Al risveglio, il giorno successivo, si ritrova in compagnia della donna in una cittadina che non conosce, dove vige uno strano e inappellabile regolamento, e da dove sembra impossibile andarsene.
La città, primo romanzo della trilogia involontaria di Mario Levrero, viene spesso accostato a Il castello di Kafka per l’atmosfera onirica in cui il protagonista, alla costante ricerca di una spiegazione che gli sfugge sempre di mano, rimane intrappolato in un susseguirsi di falsi indizi, situazioni surreali e personaggi enigmatici.

Mentre i suoi contemporanei continuavano a pubblicare versioni di routine del grande romanzo latinoamericano, Levrero stava costruendo una nuova letteratura; un’opera che vedeva con scetticismo le vie del boom e si opponeva a ogni pressione normalizzante. Non voleva fondare o confermare o confutare le mitologie: voleva scrivere, da solo.
– Alejandro Zambra
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