Little Rock: Un estratto di “Questi capelli”

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Pubblichiamo un estratto di Questi capelli di Djaimilia Pereira de Almeida

Una delle poche fotografie in cui i miei capelli appaiono ordinati è stata scattata da Will Counts nel settembre del millenovecentocinquantasette. Questa storia dei miei capelli è la sua didascalia e la sua salvezza. È forse strano che, essendo un autoritratto, sia stato scattato da un’altra persona, all’ingresso della Central High School a Little Rock, Arkansas, molto prima della mia nascita, e che sia diventato un simbolo della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti. Ancora più strano e difficile da spiegare è il fatto che io sia, allo stesso tempo, tutte le persone presenti in quel ritratto.

Non che questa fotografia sia il simbolo di qualche episodio in particolare della mia vita. È piuttosto una radiografia della mia anima. La mia anima è la figura ingannevolmente impassibile di Elizabeth Eckford in primo piano e l’odio implacabile della folla in secondo piano al suo passaggio. Il mio terrore si concentra tutto nella contrazione dei muscoli della mano e dell’avambraccio, che stringono il quaderno contro il busto, nel timore di farlo cadere ed essere inghiottita da tutte quelle ragazze. Tutta la violenza del ritratto converge nei miei denti serrati che tallonano una sconosciuta. Sono i curiosi accuratamente pettinati che mi vengono dietro per divertirsi un po’. È il ritratto di un’auto-persecuzione e del tentativo quotidiano di essergli indifferente. La fotografia di Little Rock mi fa pensare a una certa Mónica, una mia compagna di classe alla fine delle medie, che aveva il viso segnato da una varicella tardiva e che dichiarava che avrebbe preferito abortire piuttosto che avere un figlio nero; o a Sofia del Central, dove imparai ad apprezzare il caffè – la burbera del turno pomeridiano che sbadigliava sempre dietro al bancone, serviva tutti gli altri clienti con aria nauseata e riservava a me un disgusto segregazionista quando mi portava il conto. È un mistero il fatto che non riconosca i loro volti nelle ragazze bianche del ritratto. Non le riconosco perché le ragazze bianche del ritratto non sono altro che me in miniatura, little rock, una piccola mulatta di seconda categoria. Vedo in me la fuga e la persecuzione, sfigurata, che mi sfigura. Questa immagine cattura il suprematista che c’è in me, l’animo dell’aggressore che rovina i miei giorni, per quanto niente o nessuno mi aggredisca o mi abbia aggredito dall’esterno; il suprematista implicito nella timidezza reticente e ferita di tante persone dai capelli crespi che incrocio a Lisbona, molto più giustificata della mia, perché a ben vedere, ogni sorta di timidezza è sempre stata per me un privilegio naturale e non una reazione alle circostanze. Questo suprematista è l’idea, di questi miei fratelli, per cui la tua timidezza (che nessuno nota) è un peso che deve essere purgato, nel tentativo di trovare, nella coesistenza con il mondo, l’esatta miscela di disprezzo, gentilezza ed espansività. Ci sussurra di sviare lo sguardo dai signori poliziotti, di protestare poco nelle strade, di non occupare posti riservati sugli autobus vuoti, di farci da parte, di cambiare il nostro accento al telefono quando si tratta di questioni importanti, di sparire dai corridoi, dai quali veramente spariamo, tra scuse e innumerevoli silenzi, lasciando i pavimenti scivolosi come vestigia, di dimenticare la Storia dei nostri capelli, anche se non c’è un solo rumore qui fuori – nemmeno uno. Paragonando apparentemente la mia tranquilla passeggiata a quella di Elizabeth, questo suprematista sfugge a tutte le definizioni note, sebbene sussista anche quando smette di ruggire. Era molto presente in mio nonno Castro, attraverso il quale inveiva contro i “neri” sull’autobus. Era molto presente nella reazione iniziale di ogni singolo parrucchiere, nero o bianco, alla consistenza dei miei capelli. Non è un pretesto di definizione, ma un narratore impunito. Lo sento distintamente. È il corsivo nelle conversazioni al caffè all’angolo che mi fa trasalire come se stessero parlando di me. «Ho dovuto buttare via la mia gonna nera: si è rovinata in lavatrice»; «Guarda il fumo nero che esce da quella moto» dicono le vecchie tra il frastuono di piattini, tazze, forchette, coltelli, monete. Mi guardo alle spalle in cerca di indizi; la conversazione procede; mi rendo conto che non ha nulla a che fare con me. Le ragazze furiose nella foto sono il tremore nervoso (che mi fa vergognare) quando un uomo nero sul tram risponde al telefono, parlando a voce alta. «Shhh, abbassa la voce» mi dicono, gli dico, dico a me stessa. «Attenzione alla gente.» Mi incalzano allo specchio quando mi preparo per uscire, facendomi credere che un paio di orecchini d’oro a cerchio siano etnici, e per questo volgari, quindi finisco sempre per non usarli. Mi rendono deditamente preparata all’insulto ogni volta che esco in strada, anche se in strada si sentono solo i cani abbaiare alla pioggia. Ogni giorno mi mobilito per quello che non è quasi mai più di un’adunata di nuvole, il ghigno malvagio della storia delle razze, le mie paure genuine che si rivelano donchisciottesche. Le ragazze furiose sono la causa silenziosa della discrezione della “ragazza molto classica” che sono diventata. I loro corsivi si sono fatti natura: capelli stirati.

 

Traduzione di Giorgio de Marchis e Marta Silvetti

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