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Home Rassegna stampa Il trombettista dell'Utopia Daemon Magazine/Giulia Gadaleta
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Uno scrittore basco in Germania: intervista a Fernando Aramburu

 
Fernando Aramburu è uno scrittore spagnolo, di origini basche, residente da anni in Germania. Lo abbiamo intervistato a Roma durante la fiera della piccola e media editoria nel dicembre appena trascorso. Si è presentato un signore con la coppola nera e un'espressione diffidente e riservata che si è trasformata nel corso dell'intervista in una simpatia franca e sorniona. In Italia è stata tradotto un solo romanzo, edito da La nuova frontiera. Il trombettista dell'Utopia è un romanzo irriverente e grottesco. Il suo personaggio principale, Benito Lacunza è un trentenne strafottente senza arte né parte che si vanta di suonare la tromba come un dio. Il romanzo si apre con il suo ritorno precipitoso da Madrid a Estella, suo paese d'origine, in occasione della morte del padre. Benito Lacunza è uno che racconta storie, agli altri e a sé stesso. Ma la sua logorrea non lo salverà dal diventare finalmente uomo.

Mi sembra che tutti i suoi personaggi siano mancanti in qualcosa, sono spesso dei border line, ai limiti della normalità. Perchè sceglie personaggi così, a cosa le serve?
Diciamo che sono molti anni che osservo gli esseri umani e non so ancora chi possa essere qualificato come normale. Uno degli artifici letterari che mi affascina è la creazione di esseri umani attraverso le parole: gli esseri equilibrati, buoni, non sono utili per muovere l'azione e quindi mi sforzo di riempire i miei testi di esseri che generano eventi e questo mi obbliga a descrivere personaggi che escono dall'usuale. Io non credo che siano al limite di nulla, credo che abbiano molto di ciascuno di noi.

Per border line io intendendevo dei personaggi che paiono inadatti alla vita, che non hanno tutti gli ingredienti...
Credo che sia vero, io parto da questa assunto: tutte le persone sono in qualche modo zoppe, un piccolo dramma che si portano dentro, che si va formando man mano che vivono. Gli uni cercano gli altri ed in questa convivenza cercano di riempire dei vuoti, superare problemi: è questo il brodo di coltura in cui vivono le storie (intendo le storie che hanno un qualche tipo di interesse!).

Ho letto che altri suoi romanzi sono giocati più sul fantastico, questo l'ho trovato grottesco e comico. Il romanzo cambia tono narrativo e Benito Lacunza si è trovato a dover guardare in faccia la realtà. Perché ha scelto di cambiare strada?
È vero, questa storia è molto diversa delle precedenti e dalle successive, nel senso che mi sono imposto di raccontare una storia in cui potessi condividere con i lettori il contesto geografico e temporale: l'ho situata in un ambito reale in un'epoca precisa della storia attuale della spagna. In quanto al personaggio principale devo dire che non è che ci sia un cambiamento, quello che accade è che, creato un personaggio, occore un incidente, un fatto insperato, che obbliga a ricollocare tutti i pezzi dentro la storia. Così un personaggio che era costruito come un essere umano poco propenso alla compassione, insensibile, irresponsabile, è costretto ad assumersi una serie di responsabilità, in parte perché si sveglia alla sensibilità, in parte perché suo fratello che è vittima di tutti gli avvenimenti, gli trasmette responsabilità che aveva precedentemente. La storia vive esattamente di questo mutamento. La storia ha due zone chiaramente visibili, tutta la prima parte fino all'incidente e le conseguenze che seguono l'incidente, il senso di colpa, la perdita del fratello...

Ma in fondo Benito Lacunza era capace di difendersi dalle delusioni, mentre il suo cambiamento lo costringe ad affrontare il dolore, un po' mi dispiace che sia cresciuto e sia diventato grande.
È un commento sorprendente. Sono d'accordo che benito lacunza sia un signore di poco più di trenta anni che non ha abbandonato del tutto l'infanzia, questo è vero. Quello che mi sorprende è che risulti simpatico: lo scrittore cerca di creare una serie di aspettative nel lettore per poterle smentire successivamente. Mi spiego: l'autore presenta un personaggio indesiderabile, lo fa sprofondare, e quando lo ha portato al massimo grado di miseria, inizia a salvarlo, inizia a pulirlo poco a poco. Questa è la caratteristica di questa storia, ossia che induce dei pregiudizi nei lettori e poi va smentendo poco a poco questi stessi pregiudizi. È la colonna vertebrale di questo libro. Mi fa piacere sapere che molti lettori cominciarono provando una grande antipatia per il protagonista e terminarono provando simpatia.

Mi è piaciuto il suo eloquio la sua capacità di prendersi in giro e di raccontarsela. In fondo mi sembra che lui fosse cosciente della sua meschinità. Sono stati gli affetti che lo hanno svegliato...
Anch'io penso che tra i molti difetti e vizi che ha il protagonista, ce ne sono due che non sono presenti e che rendono possibile una lettura amabile del personaggio: benito lacunza non è violento e non è cattivo, non spera il male degli altri, ma è un uomo che non è all'altezza delle sue ambizioni, indisciplinato e irresponsabile, in fondo è un bambino, un grande bambino. Mi interessa un gioco di comunicazione emotiva con il lettore: cioè se il lettore ha antipatia o gli vuole bene, io penso che il romanzo meritava la fatica, se il lettore resta indifferente verso benito lacunza, vorrebbe dire il romanzo è fallito. Io volevo emozionare, al di sopra di qualunque contenuto letterario.

Lei vive in Germania, vorrei sapere se si confronta con l'ambito letterario tedesco oppure vive in modo più solitario la sua vita di scrittore.
Io vivo in modo completamente solitario, non solo rispetto alla vita letteraria tedesca ma anche rispetto a quella spagnola. Oltre che scrittore sono un lettore. Ma in generale il mio lavoro letterario è quello di un uomo che vive in solitudine, che lavora al buio, con luce elettrica e finestre abbassate. Questo non sginifica che non mi interessi il mondo, mi interessano molto il mondo e le persone e la loro complessità, però la mia scelta è quella di non partecipare a una vita culturale, non essere uno scrittore professionista che convive con altri scrittori, che si guarda a destra e a sinistra per sapere cosa va di moda, cosa convenga scrivere in quel momento, che si presenta ai concorsi, tutto questo non va d'accordo con la mia creazione letteraria. Il mio è un lavoro, come dicevo, di un topo solitario che vive nella sua tana e che produce in solitudine scritti che spera di condividere con gli altri. Sembra un paradosso, ma è così, per restare pieno e intero con gli altri io mi ritiro, mi nascondo.

Non è un gesto snob, quindi...
No, il mio isolamento è autentico, è fisico è geografico anche per il fatto che la vita mi ha portato in un paese straniero dove non dominavo la lingua fino a poco tempo fa e quindi la letteratura era l'aria che io respiravo e per piacere della letteratura ho conservato il mio modo di vivere, lavorare e produrre.

Parlare il tedesco e vivere in germania è entrato nella sua letteratura? Come ha cambiato la sua scrittura, nella sua lingua?
Sì, l'ha cambiato totalmente. Io penso che uno dei modi per dominare la propria lingua sia imparare una lingua straniera perché una volta che uno domina la lingua straniera ripensa il mondo con altri strumenti linguistici e questo è molto utile, per comprendere le reazioni e per capire meglio gli esseri umani. In questo penso di avere un debito enorme con la lingua tedesca che peraltro mi affascina e mi piace molto.