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Home Rassegna stampa Signoria Liberazione/Marco Peretti
Liberazione/Marco Peretti PDF Stampa E-mail
Il fatto che l'espressione fin de siécle, con il suo particolare valore di "decadenza' e disillusione", sia ormai entrata a far parte del patrimonio lessicale di molti idiomi è merito dell'intellighentsia francese di fine Ottocento. L'idea era di contrastare quel mito del progresso che, durante tutto il secolo, aveva sorretto le convinzioni della gran parte della comunità intellettuale europea in relazione a una piena emancipazione morale (oltre che materiale) dell'umanità.
La premessa ha lo scopo d'introdurre uno dei temi presenti nel romanzo Signoria (traduzione di Ursula Bedogni, La Nuova Frontiera, pp. 347, euro 17,50) dello scrittore Jaume Cabré. Un autore che è nato a Barcellona e partecipa a quel movimento letterario catalano non dichiarato che da sempre incalza i governi centrali castigliani. Anche lui abile - come Ildefonso Falcones e altri - ad inserirsi negli interstizi della Storia spagnola per dar voce ai lamenti e alle recriminazioni delle vittime che ancora chiedono un risarcimento dei loro diritti calpestati dal corso del tempo.
Lo ha fatto nel 2004 con il suo Le voci del fiume, conosciuto dal pubblico italiano sempre grazie a La Nuova Frontiera, anticipando il dibattito e la promulgazione nel 2007 della Ley de la memoria historica, con la quale sono state prese misure a favore dei perseguitati durante la Guerra Civile e la Dittatura franchista. Signoria, il romanzo ora pubblicato, è del 1991 e indica come la scrittura di Jaume Cabré, sempre ricca di motivi ben amalgamati e di opposizioni che marcano i suoi testi, si sia andata sviluppando tenendo fermo l'interesse per il rinnovamento del romanzo storico e approfondendo sempre più il tema dei diritti e della giustizia.
La scelta di presentarlo mettendo in primo piano il tema del fin de siècle non intende sottovalutare l'importanza della critica alla pena di morte o la focalizzazione dello sguardo catalano su un periodo storico complesso e avvincente come quello che ha accompagnato la rivoluzione francese (l'intero romanzo smentisce totalmente il principio d'egalité divenuto "legge" al di là dei Pirenei). I fatti narrati, infatti, si riferiscono alla fine del '700 e non dell'800, ma si ha l'impressione che l'autore abbia trattato il suo "fine secolo" per antonomasia, come specchio o anticipazione della disillusione che gli uomini di cultura dovranno assaporare in modo cosciente solo un secolo più tardi. Con certezza si può affermare che la scelta di quel frammento di tempo induce obbligatoriamente a riflettere sul binomio vecchio/nuovo, per mostrare il "gattopardesco" ripetersi della storia. Il consuntivo che si compie alla fine di un secolo viene affidato dall'autore all'atto estremo del suo protagonista, mentre il "nuovo" inizio, al quale tutti gli altri si dedicano con affanno, è riproposto in modo conforme e banale come un qualsiasi consueto capodanno, ritmato narrativamente dalla preparazione del Te Deum (un inno antico adottato dalla Chiesa Cattolica per ringraziare l'anno trascorso e che in origine si rivolgeva alla Divina Signoria di Gesù sul mondo e sulla storia: unico potere cui l'uomo doveva sottomettersi non delegando la libertà personale ad alcun potere terreno).
Religione e "politica" camminano paralleli e la longue durée delle Istituzioni viene evidenziata in quell'attributo, Sua Signoria, che si aggiunge al nome di Don Rafel Massó i Pujades, cancelliere maggiore del Regio Tribunale di Barcellona, infelicemente sposato con una donna bigotta e soddisfatta solo della carica che lui ricopre. Forse per questo con le azioni e il pensiero cerca altri mondi, atteggiandosi ad astronomo affascinato dalle tante costellazioni che i progressi scientifici rendono sempre più avvicinabili, ma in realtà utilizzando il suo rudimentale telescopio per sbirciare le nudità di una gentil donna di cui si è invaghito.
La sua riconosciuta autorità non è autorevolezza e così come sua moglie ama la sua carica, Elvireta, l'amante di un passato che lui non riesce a dimenticare, arde solo per i suoi soldi e per l'appartamento che le ha donato. Quando la scoprì tra quelle pareti, bisognosa di ben altre doti sessuali cui lui non poteva disporre, non ci pensò due volte e dopo aver regolato i "conti" chiese al fidato "servo", offrendogli un vitalizio da nababbo, di occultarne il cadavere.
L'abilità di Jaume Cabré di dominare più registri e di sovrapporre diversi generi, conduce il lettore a seguire più storie parallele, come quella del giovane e disgraziato Andreu che a causa di una coincidenza per lui nefasta verrà da Sua Signoria mandato a morte per mantenere segreta la sua vecchia colpa. Convinto, come ricorda l'autore nell'epigrafe iniziale («la legge è un insieme di arbitrarietà raccolte in un Codice e consolidate dai costumi dell'epoca. Roba da esperti»), di farla franca in quanto è lui che può decidere della vita degli altri. Dove non arriva la sua autorità bastano i denari per comprare il silenzio, ma non può immaginare, come invece pensava Hegel, che sarà il "servo", costretto per anni a mantenere quel segreto, a fargli compiere l'esperienza opposta a quella del Signore.
In punto di morte, il "servo", che ha fatto con i soldi del vitalizio l'esperienza del "signore", si libera del segreto. Sua Signoria vede pian piano sgretolarsi il suo castello d'autorità, gli sguardi dei suoi colleghi, le battute degli aspiranti alla sua carica gli causano sudori freddi, attacchi di panico, propensione all'asservimento. Mentre il cerchio intorno a lui si chiude, i suoi pari si preparano a festeggiare l'arrivo del nuovo secolo e tra questi non mancherà sicuramente chi pensi di rappresentare un'eccezione «per cui le regole comuni non lo riguardano». Così pensava un tempo anche il cancelliere maggiore del Regio Tribunale di Barcellona Don Rafel Massó i Pujades, che al crepuscolo della sua vita terrena, immemore dei suoi trascorsi di "magistrato" giudicante, sollecitato dal suo confessore a rimettersi alla giustizia umana per espiare le sue colpe, rispondeva ancora stizzito: «E chi sono gli uomini per dirmi come devo essere castigato?».