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Verso la Spagna, ormai si sa, abbiamo qualche lieve acciacco psicologico. Nelle nostre miserie nazionali, la Spagna è il paese che conforta, perché la vulgata continua a ripeterci che "stanno più o meno come noi". Cultura simile, problemi simili, ed essere ultimi pari merito è sempre meglio che star soli. Tutto ciò finché non si prendono i bagagli, si fa un salto in loco, e ci si rende infine conto che lo standard spagnolo è immensamente più alto del nostro. Questo processo di disillusione è valido anche nel romanzo. Per ritrovare la narrativa perduta, ci siamo appellati al feuilleton, al libro giallo, l'unico genere in grado di fornirci e giustificare un intreccio. Poi arrivano nomi come Zafòn, ed ecco che anche il feuilleton spagnolo ci dà lezioni di maestria. Prendiamo un autore poco noto, il barcellonese Jaume Cabré, di cui la Nuova Frontiera ha da poco pubblicato "Signoria". Che sia una storia d'appendice lo si capisce fin dal titolo: nella Spagna di fine Settecento, un giovane poeta innocente viene accusato di omicidio dal temibile e potente don Rafel Massò, scatenando un conflitto dagli oscuri sviluppi. Una trama da romanzo d'altri tempi, ma perché il genere dovrebbe coincidere con la mediocrità? Cabré si rivela maestro della parola, musicale, poetica; grande architetto d'atmosfere, e nella danza dei suoi personaggi tesse un'analisi riuscita intorno alla natura contraddittoria e dolorosa del potere. Abbiamo sbattuto un'altra volta. Ma questo succede, a chi vola basso.
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