|
Gabriel Garcia Marquez definì La plaça del Diamant il romanzo più bello pubblicato in Spagna dopo la Guerra Civile, e Mercè Rodoreda la scrittrice più enigmatica della letteratura catalana. Ora a cent'anni dalla nascita (e a 26 dalla morte), arriva in Italia la consacrazione popolare: quella dei lettori di "Fahrenheit", che hanno eletto La piazza del Diamante libro dell'anno, consegnando al secondo e al terzo posto due titoli legati alla Sardegna: Matematici nel sole, di Franco Stelzer, edito dal Maestrale di Nuoro, e Il corpo odiato del cagliaritano Nicola Lecca, Mondadori. A proporre al pubblico (vent'anni dopo Bollati Boringhieri e quaranta dopo Mondadori), la storia di Colombetta, piccola lavoratrice di Barcellona che parla «a nome della speranza, della libertà e del coraggio di tutte le donne», è La Nuova Frontiera, che nella collana Il Basilisco ha trovato spazio per questo libro dell'anima, piccola, preziosa testimonianza di fede nella vita e nel domani. Un apologo di disperata speranza, tradotto da Giuseppe Tavani, che ha curato anche la postfazione. Caratteristiche che chi ama Mercè Rodoreda ritrova nell'altro romanzo pubblicato di recente sempre dalla Nuova Frontiera e tradotto da Tavani: è Via delle Camelie. Racconta ancora una volta la lotta per la sopravvivenza di una donna. Non più Colombetta ma il suo opposto: Cecilia, abbandonata alla nascita davanti a un giardino. A dire di lei, soltanto un nome scritto su un foglietto appuntato con una spilla al bavaglino. Un'identità troppo fragile per la protagonista per la quale c'è solo un modo di sfuggire al vuoto e al senso di abbandono. La fuga, la voglia di perdersi, di scendere sempre più in basso, negli incontri con uomini brutali, nella disperazione, nel dolore. Sarà proustianamente il profumo di una tisana di tiglio a ricondurla in via delle Camelie, a farle ritrovare il senso della sua esistenza. A dirci qualcosa dei due romanzi, a legarli l'uno all'altro, è la stessa Rodoreda, nel prologo a Lo specchio rotto (1974): «Qualcuno, quando uscì il romanzo, convinto di essere molto intelligente, mi ha chiesto se Colombetta fossi io. In tutti i miei personaggi ci sono delle caratteristiche mie, però nessuno dei miei personaggi sono io. D'altra parte, il mio tempo storico mi interessa in un modo molto relativo. L'ho vissuto troppo. In La piazza del Diamante lo ritraggo senza essermi riproposta di farlo. Un romanzo è, anche, un atto magico. Riflette ciò che l'autore si porta dentro senza che sappia neppure di andare carico di tanto peso. Se avessi voluto parlare deliberatamente del mio tempo storico avrei scritto una cronaca... Ma non sono nata per limitarmi a parlare difatti concreti. Quando ho voluto scrivere un altro romanzo non mi sentivo con abbastanza forza per mettermi davanti a una storia che avesse molti personaggi. Mi serviva trovare una struttura come quella di La piazza del Diamante. Sono caduta in una trappola. Mi ero ficcata così dentro la pelle del mio personaggio, avevo così vicino Colombetta, che non potevo allontanarmene. Sapevo parlare solo come lei. Dovevo cercare qualcuno che fosse completamente opposto. E così è nata, leggermente patetica, leggermente desolata, Cecilia C. di Via delle Camelie».
|