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Annus domini 1799. Il lume che ha rischiarato il settecento brilla ormai di luce fioca. La fede incondizionata nella ragione si è incrinata e da questa rottura iniziano a fuoriuscire i primi mostri. Ne inseguiranno i fantasmi Mary Shelling, Edgar Allan Poe, Bram Stoker e gran parte degli autori della tradizione gotica. Dalla penna di Jaume Cabré esce Signoria (pubblicato da La Nuova Frontiera, pp. 350, euro 17,50), una prosa diversa rispetto a quella di questi autori. Primo, perché il catalano è un autore contemporaneo che come molti suoi colleghi ha fatto del pastiche di genere voci e registri la sua cifra stilistica; secondo, perché ha scelto di guardare alla realtà senza le lenti del fantastico, raccontando gli incubi della came, piuttosto che quelli dello spirito e dell'intelletto. A ogni modo, con i classici condivide una spietata analisi del tramonto dell'illuminismo. Punto di fuga di questo impietoso quadro è la Barcellona fin de siècle. Una città in cui l'aristocrazia si prepara a salutare il secolo dei lumi e con esso incoscientemente anche la propria grandezza. Sua Signoria Rafel Massó i Pujades, cancelliere del Regio Tribunale di Barcellona, è il simbolo di questa decadenza. Un uomo che regge sulle proprie spalle tutti i vizi della corte di Carlo IV. E viscido, lussurioso, servile e dittatoriale allo stesso tempo. Ma soprattutto: è un formidabile imbecille. Accecato dalla brama di potere - e da continue mortificazioni sessuali - si convince di aver perpetrato il delitto perfetto ai danni di una sua povera amante e di averla fatta franca, facendo condannare a morte un povero disgraziato e insabbiando l'omicidio di una cantante parigina dalla sottana allegra. La sua rovina è lenta, drammatica, feroce. Cabré la racconta con la bravura del giallista e l'occhio clinico del romanziere attento alle psicologie dei suoi personaggi. Entra ed esce dalle loro teste, li segue nei loro doppi e tripli giochi e alla fine tira le fila di un apologo sulla giustizia, il potere e il sesso che gli è valso anche la menzione speciale al Premio Roma 2008.
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