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Home Rassegna stampa Via delle Camelie La Nuova Sardegna / Alessandro Cadoni
La Nuova Sardegna / Alessandro Cadoni PDF Stampa E-mail
Una neonata viene trovata di fronte al cancello di una villetta da un vigilante notturno, che tempestivamente la sottrae alle mandibole di un cane affamato. Della bambina, da un biglietto sul bavaglino, si conosce solo il nome: Cecilia.
Due anziani coniugi, mossi da compassione, la prendono in cura. Saranno però le loro asfissianti premure a portarla - ormai adolescente inquieta - alla fuga da casa. Di qui si imbatterà in una serie di avventure amorose da far impallidire persino «le fortune», ma soprattutto «le sfortune, della famosa Moll Flanders» di Defoe: eventi che la gettano in un vortice parossistico di violenza e, anche nell'apparente buona sorte, di abulia. Ne potrà forse uscire grazie a un ritorno, dal gusto proustiano, sui profumi e i sapori delle piante della via dove è cresciuta, la stessa che dà anche il nome a questo romanzo: «Via delle Camelie» (La Nuova Frontiera, 202 pp., 15 euro) di Mercè Rodoreda (1908 1983) - autrice di alcuni fra i più importanti romanzi in lingua catalana del Novecento - si svolge nella Barcellona degli anni '30 e '40, tra la Guerra Civile e l'affermazione del franchismo.
I grandi scenari dell'elegante Passeig de Gràcia e della Rambla, pur occupando buona parte del libro, sono ritratti un tono sotto rispetto a baracche e strade polverose per le quali, fin da piccola e all'inizio della sua fuga, Cecilia era solita girovagare, in periferie dall'aspetto zavattiniano che possono ricordare anche Garcia Márquez, non a caso fra i più accesi sostenitori della Rodoreda. E i realismo magico, infatti, in questa possibile linea Zavattini-Márquez, il tratto immediatamente riconoscibile in questa prosa scarna e quasi infantile dove, fulmineamente, si aprono squarci liricizzanti. La semplicità nell'aggettivazione, ad esempio, non è impostazione stilistica naïf: piuttosto ricerca, filtrata attraverso il personaggio che dice «io», di descrizioni sensoriali analogiche.
Un esempio: la semplicità di un «si sentirono delle trombe, molto tristi» rimanda, al di là della contingenza del paesaggio sonoro, a un accumulo di tristezza esistenziale.
Dietro l'«io» della protagonista si intravede, in controluce, la sagoma della scrittrice: anche lei imprigionata nelle maglie polverose di un matrimonio sbagliato, ha saputo però liberarsene e lottare per affermare la propria condizione di donna e, dall'esilio svizzero, di antifascista. E con la sua scrittura di gran tempra, la Rodoreda sa sprigionare una soggettività squisitamente moderna capace di esprimere una condizione universale.