| L'Unità / Francesca De Sanctis |
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Arriva con 48 anni di ritardo il «romanzo d'amore» - come amava definirlo l'autrice - che ha decretato il suo successo: La piazza del Diamante, tradotto ora per la Nuova Frontiera da Giuseppe Tavani e scritto in lingua catalana da Mercè Rodoreda nel 1960 (1908 1983). Ma di lei, in Italia, si sa ben poco. I suoi libri, finora, sono stati pubblicati soprattutto da Bollati Boringhieri (Viaggi e fiori; Quanta, quanta guerra) e da La Tartaruga (Via delle Camelie, Il giardino sul mare). Ma è La piazza del Diamante il romanzo che ha conquistato Gabriel García Marquez e Sandra Cisneros, che racconta nella sua introduzione di essersi messa sulle tracce della Rodoreda, inseguendola tra le piazza, le vie, il quartiere Garcia di Barcellona. In fondo il romanzo, scritto con uno stile elementare e molto discorsivo, è un viaggio nei luoghi del capoluogo catalano, attraverso la storia di una donna fragile e ingenua, Natàlia, detta «Colombetta», che vive in prima persona il dramma della guerra: perde il marito, Quimet, e in un momento di depressione questa donna che prima di diventare moglie amava vestirsi tutta di bianco dalla testa ai piedi pensa perfino di uccidere i suoi due bambini («Di notte, se mi svegliavo, dentro ero come una casa quando vengono gli uomini del trasloco e mettono tutto sottosopra»). Poi sarà il matrimonio con Antoni, un uomo d'una bontà infinita, a salvarla dai suoi incubi.
La storia di Natàlia potrebbe essere la storia della Catalogna dagli anni '30 agli anni '60: la dura lotta per la conquista della libertà, come annota anche Tavani. E mano a mano che la vita di Natàlia scorre, scopriamo tra le righe qualcosa in più sulla vita dell'autrice stessa. Lei, antifascista, durante la guerra civile entrò a far parte del Commissariato di Propaganda della Generalitat e dopo la vittoria di Franco scelse l'esilio. E a Ginevra, infatti, che scrisse La piazza del diamante. Mercè Rodoreda tornerà in patria nel 1972. |