| Stradanove/Marilia Piccone |
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Cecilia Ce: era il nome, scarabocchiato su un pezzo di carta, fissato allo spillo che teneva il bavaglino della neonata abbandonata sugli scalini di una casa in Via delle Camelie. "Una trovatella", si diceva una volta di questi bambini indesiderati, al tempo in cui non c'erano gli anticoncezionali. A nessuno era venuto in mente che Ce forse non era il cognome, che chiunque stesse scrivendo non aveva potuto terminare. E comunque la guardia che aveva trovato la bambina l'aveva "regalata" ad una coppia non più giovane e senza figli di Via delle Camelie. E Cecilia Ce sarebbe stato il suo nome.
Ancora una volta Mercè Rodoreda - grande, grandissima scrittrice catalana - dà voce ad una donna per raccontarcene la storia, aggiungendo un personaggio al suo affresco barcellonese di vita vissuta. Dopo la Natalia de "La piazza del Diamante", ora Cecilia. Anche Cecilia, come Natalia, non ha una cultura. Anche quella di Cecilia è una voce semplice, e tuttavia più malinconica. Perché Cecilia sempre in cerca di qualcosa. Lei non lo sa, e di certo non cerca di rintracciare la madre che l'ha abbandonata, ma è l'amore sicuro e incondizionato di una madre che le manca e che è dietro le sue fughe, quando, ancora bambina, si allontana dalla casa dei genitori adottivi. Ai quali non si può rimproverare proprio nulla, eppure a Cecilia non basta. Cecilia è facile agli innamoramenti - dapprima l'Eusebi, il ragazzino con il ciuffo sugli occhi. Lo segue nella sua baracca con il tetto di lamiera e gli ombrelli aperti per impedire che entri l'acqua. Poi l'Andrès, che muore di tubercolosi. Poi Cecilia deve accettare un qualche lavoro - cucire camicie. Non fa per lei - non le avevano sempre detto che sembrava una principessa? Cecilia è la ragazza dai colpi di testa, dalle decisioni veloci e dalle scelte nette. Una volta, dopo una visita ad una coppia, aveva deciso che non si sarebbe mai sposata. Ora, dopo aver guadagnato quattro soldi a pungersi le dita alla macchina da cucire, non ci mette molto a scegliere: andrà a guadagnarsi la vita sulle Ramblas. La parola 'prostituzione' non viene mai detta; Cecilia non pensa a se stessa come a una prostituta. C'è la volta che deve abortire, c'è la volta che scappa da un marinaio. Per fortuna Cecilia ha un'amica, la Paulina, che la ospita e, tramite lei, conosce un uomo e inizia la terza fase della sua vita: Cecilia diventa una mantenuta. Che poi significa che è una prigioniera in una gabbia d'oro (oro o latta?). Se non fosse che sappiamo che Cecilia non legge, potremmo pensare che si nutra di vicende rosa, perché Cecilia sogna, idealizza. Sì, vede i difetti degli uomini, il dente d'oro, la gelosia, l'ossessività, l'egoismo, però continua a pensare che magari la sposeranno - anche se lei non voleva sposarsi. Passa da un uomo ad un altro - una storia è molto brutta, quando uno la cede ad un amico dai gusti perversi che la riduce in schiavitù facendola bere. Ma Cecilia è forte, come se l'essere stata esposta al freddo della notte da neonata l'avesse temprata. Ha una fine la storia di Cecilia? Forse preferiamo non saperla. Anche la scrittrice si arresta con Cecilia che ripercorre i suoi passi, che va a trovare la guardia che l'ha trovata e che alla domanda di lui, su che cosa abbia fatto nella sua vita, dice: "fui sul punto di dirgli che l'avevo passata a cercare cose perdute e a seppellire innamoramenti, e invece non dissi niente." La prosa di Mercè Rodoreda ha un nitore cristallino, una semplicità essenziale che incanta. Un consiglio: non perdetevi le ristampe dei suoi libri a cura della casa editrice La Nuova Frontiera. |