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Home Rassegna stampa Via delle Camelie Il Sole 24 ore / Bruno Arpaia
Il Sole 24 ore / Bruno Arpaia PDF Stampa E-mail


Scritto nel 1963 durante l'esilio girievrino e pubblicato nel 1966, Via delle Camelie diede a Mercè Rodoreda, l'autrice catalana poi scomparsa nel 1983, i riconoscimenti che all'inizio erano mancati alla sua prima opera di grande levatura, La piazza del diamante. Del resto, i due romanzi possiedono molte caratteristiche comuni: entrambi utilizzano una scrittura a metà tra la realtà e il sogno, ricalcata sull'oralità ma con forti accensioni liriche e simboliche; entrambi ricorrono al monologo interiore; entrambi ruotano attorno a una protagonista che, sulle orme di Virginia Woolf, appare vulnerabile ma si scopre poi decisa e volitiva: entrambi scavano i fondo nella memoria e nella psicologia femminile, attraverso la quale si percepiscono i cambiamenti della società a cui quelle donne appartengono.
E tuttavia, mentre la Colometa, la protagonista de La piazza del diamante, è spinta all'emarginazione e alla solitudine dagli avvenimenti storici e privati, la Cecilia Ce di Via delle Camelie, donna «leggermente patetica, leggermente desolata», si porta dentro fin dall'infanzia un'incapacità morale e sentimentale, un vuoto che tenterà per tutta la vita di colmare. Cecilia, infatti, è una trovatella, depositata in un mucchio di stracci davanti al cancello di una coppia piccolo borghese di Barcellona, che la accoglie e la alleva come una figlia. Ma quel vuoto, quella smania interiore di Cecilia si manifestano ben presto in strane ossessioni, in fughe repentine e reiterate, fino a quella definitiva, che, poco più che adolescente, le fa lasciare la casa con giardino in cui è cresciuta per andare a vivere nella baracca del giovanissimo Eusebi.
È solo la prima tappa di una quasi interminabile via crucis. Bella e sciagurata, Cecilia continuerà a fuggire per tutta la vita, sperando di trovare tra le braccia di uomini che la mantengono il modo di riempire quel vuoto. E davvero un «viaggio al termine della notte», che la scaraventa in una degradazione fisica e morale progressiva, tra case diverse, vomiti, aborti, alcol, tentativi di suicidio, violenze fisiche e morali, esperienze insopportabili e lunghe passeggiate per la Barcellona sconfitta del dopoguerra, impersonale, angosciosa, grigia e inospitale.
Solo nell'ultimo terzo del libro l'apparizione di un uomo un po' diverso dagli altri, che le regala una casa con il tanto desiderato giardino, permetterà alla protagonista di ritrovarsi a poco a poco, grazie a un ritorno al mondo dell'infanzia, simbolizzato dal profumo di una tisana di tiglio molto simile alla madeleine proustiana.
Si può, come nel caso di chi scrive, non amare troppo né la Woolf né Proust, e dunque certo lirismo memorioso, certi frequenti ricorsi a immagini simboliche, certi involontari compiacimenti nelle descrizioni della perdita di sé e dei fantasmi interiori della protagonista, ma Via delle Camelie resta senza dubbio un'opera importante, un romanzo durissimo e desolato di un'autrice che è opportuno riscattare dall'oblio,