| La Stampa / Angela Bianchini |
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Dobbiamo alla casa editrice La Nuova Frontiera la ricomparsa di due romanzi di Mercè Rodoreda, generalmente considerata la maggiore scrittrice di lingua catalana del secolo scorso e anche, in certo senso, capostipite di tanta narrativa femminile di oggi. Vede ora la luce Via delle Camelie, preceduto nel 2008 da La piazza del Diamante. Da osservare che, mentre La piazza del Diamante, capolavoro della Rodoreda, era stato giustamente studiato e inquadrato da Giuseppe Tavani, la presentazione di Sandra Cisneros che accompagna Viale delle Camelie è davvero ridotta al minimo. Piazza del Diamante, cuore del quartiere barcellonese di Gracìa - come fu detto assai bene nella pubblicazione del romanzo in Italia (tradotto da Anna Maria Saludes i Amat per Bollati Boringhieri, 1990) -, è la scena del lungo monologo di una giovane donna che, durante la guerra civile spagnola, si interroga sulla solitudine, sulla condizione femminile, sul perché è al mondo e su tante cose che non riesce a capire. Fu scritto dalla Rodoreda a Ginevra tra il febbraio e il settembre del 1960. Anche Via delle Camelie si situa a Barcellona: infatti, proprio qui viene raccolta una trovatella di nome Cecilia, che, una volta abbandonata la casa dei genitori adottivi, passa poi da un uomo all'altro, da una situazione all'altra, in un affanno continuo che sembra senza scopo, ed equivale, invece all'ostinazione del vivere e alla ricerca della felicità. E anche questo romanzo, così radicato nella realtà catalana, fu scritto a Ginevra tra il 1963 e il 1965. Si può partire dal senso di spiazzamento che pervade questi due grandi libri per narrare la vita contraddittoria e tormentata della Rodoreda. Lei, la scrittrice, tutt'altro che una trovatella, era nata nel 1908, figlia unica di genitori molto uniti, piccolo nucleo familiare presieduto dal nonno materno, torretta con giardino di un quartiere tranquillo... Le immagini e i profumi di rose, camelie, tigli tornano di continuo nella sua narrativa come immagine dell'infanzia e dell'adolescenza serena. E, tuttavia, come primo strappo, a vent'anni, decise di sposare uno zio, fratello della madre. E da lui ebbe l'unico figlio. Gli anni della giovinezza trascorrono nella Barcellona viva, dinamica e brillante che accoglie con entusiasmo la proclamazione della Repubblica, seguiti poi, alla vigilia dell'entrata dei franchisti in città, nel gennaio del 1939, dalla fuga in Francia, con il gruppo delle tante amicizie letterarie e politiche. Ma una magnifica sorpresa avviene quella stessa primavera, perché, grazie all'intervento di Picasso, buona parte del gruppo si ritrova in un castello bellissimo a Roissy-sur-Brie, a una ventina di chilometri da Parigi. Mercè, ormai sola si lega allo scrittore Armand Obiols in una relazione fortissima, ostacolata tuttavia, da una parte degli esuli catalani e minacciata, soprattutto, dall'esistenza della moglie di Obiols, rimasta in patria. E' la stessa straordinaria corrispondenza con la fedele amica Anna Murià (Mercè Rodoreda, Un vestito nero con paillettes, Archinto, 1992) a farci seguire l'odissea della Rodoreda e anche di Obiols: dalla fuga a piedi da Parigi il 12 giugno 1940, narrata in pagine che per drammaticità non hanno assolutamente rivali, al vagare tra Limoges, Bordeaux, ritorno a Barcellona per rivedere madre e figlio, poi di nuovo Parigi, Ginevra, il riprendere a scrivere. Dietro tante peregrinazioni e pene d'amore, c'è poi il caso quasi unico di una scrittrice che era anche sarta e seppe far fronte, per anni, ai bisogni quotidiani grazie al gusto per la moda, cucendo, tagliando vestiti e biancheria femminile. Alla fine del romanzo, la protagonista di Via delle Camelie è salvata dall'immaginare e dal rivivere il proprio ritrovamento: una sorta di rinascita, benedetta dall'antico profumo del tiglio. Forse qualcosa di simile riuscì ad animare anche gli ultimi anni della Rodoreda: tornata in Spagna nel 1972, visse in quasi totale solitudine vicino a Girona, dove morì nel 1983. |