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Internazionale / Natasha Wimmer (da The Nation) |
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I romanzi di Mercè Rodoreda sono tipicamente e spavaldamente antieroici, soprattutto nel ritrarre la guerra. Il loro unico eroismo è quello dell'autrice. Ma nella narrativa la grande scrittrice catalana si concede un fatalismo che eviterebbe con cura nella realtà. Questo succede in particolare nel tetro romanzo Via delle Camelie - che ricorda molto Viaggio nel buio di Jean Rhys - dove si racconta la storia di un'orfana, Cecilia, che diventa una prostituta e poi una mantenuta, volenterosa artefice della propria degradazione. La lunga sequenza nella quale Cecilia è virtualmente tenuta prigioniera, drogata e spiata da una coppia di apparenti protettori, è una delle descrizioni più alte e devastanti della condizione di vittima che siano mai state scritte. È curioso che Rodoreda sia così stimata dalle femministe, visto che i suoi romanzi ruotano attorno alla rinuncia al controllo da parte delle donne e alla loro conseguente umiliazione. La scrittrice catalana è un'esistenzialista domestica, brillante nel comporre interni sia fisici sia mentali. Via delle Camelie, che risale al 1966, è un'espressione compiuta di questa sua abilità.
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