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Perché leggerlo: perché è un libro pastoso, avventuroso, ricco nella lingua e nelle situazioni, divertente come è sempre la buona letteratura. Siamo a Barcellona alla fine del '700. Sua Signoria don Rafel Massò, giudice importante del tribunale, uomo con grassi appetiti, donnaiolo e voyeur (ha in casa un telescopio con cui guardare le stelle, ma anche la bella baronessa di fronte), collezionista di stampe osé e sposato a una donna tutta tridui e novene, deve giudicare il delitto di una matura cantante d'opera. Accusato è il giovane Andreu Perramon, poeta ingenuo, amante di Goethe, scioperato ma non troppo, sicuramente innocente. Ma perché allora Sua Signoria lo vuole morto? Perché non crede ai possibili testimoni - uno di questi ahimè va a caccia di gloria (e quando tornerà sarà troppo tardi)? Cosa si cela nella vita di Sua Signoria? E specialmente nel suo giardino, dove il cane va sempre a raspare nonostante i calci del padrone? Una storia di ingiustizia, dunque, sul modello classico del romanzo di appendice. Ma qui il vero personaggio è Barcellona, o l'intero Settecento. Per dirla meglio, il vero personaggio è la letteratura, quando si sfrena, quando si incarna in un secolo, in una città, in una o cento storie. Perché allora in un romanzo si sentono la vita, gli odori, gli afrori, la pioggia che cade e la neve che si scioglie. Senti il fiato degli uomini e forse il fiato di Dio.
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