RocketTheme Joomla Templates
     
Home Rassegna stampa Via delle Camelie ELLE / Cristina de Stefano
ELLE / Cristina de Stefano PDF Stampa E-mail
È la più grande scrittrice catalana e finalmente anche l'Italia lo sa, grazie al lavoro di un piccolo editore di qualità, La Nuova Frontiera, che l'anno scorso ha pubblicato, facendone un caso editoriale, il suo libro più famoso   Piazza del Diamante   e che ora manda in libreria l'altrettanto importante Via delle Camelie. Però la sua vita privata resta un segreto ben custodito. Quello che sappiamo di Mercè Rodoreda è quel poco che possiamo ricostruire mettendo insieme introduzioni, commenti, quarte di copertina, articoli, qualche lettera sopravvissuta (come quelle bellissime raccolte in Un vestito nero con paillettes, pubblicate nel 1992 da Archinto). E quel che capiamo da subito è che non esiste una sola Mercè Rodoreda. Lei stessa lo dichiarava: «Ho sempre detto che tutti i personaggi dei miei romanzi sono io. Una persona ha molte personalità e uno scrittore ancora di più».


C'è una Mercè Rodoreda bambina iperprotetta e sempre chiusa in casa, che ha come solo orizzonte il suo quartiere: «Sono figlia di Sant Gervai de Cassoles, di una strada stretta e corta». Figlia unica nata nel 1908 da una coppia di origini modeste, ha però la fortuna di avere un padre che declama ad alta voce i poeti catalani e un nonno che divora qualsiasi libro gli capiti sotto mano e le passa il vizio. A nove anni spia gli operai che fanno dei lavori in casa, annotando su un taccuino i loro dialoghi. Insomma, la scrittrice è arrivata presto, in una casa silenziosa nella Barcellona di inizio secolo. Lo dirà lei stessa: «Iniziò tutto quando ero bambina»-
C'è una Mercè Rodoreda giovane donna infelice, sposata un po' a forza al fratello della madre, che ha quasi vent'anni più di lei e qualche risparmio fatto in Argentina. «Non avevo potuto studiare perché non c'erano i soldi. L'idea era: si sposerà, così non dovrà lavorare», spiegò lei da grande. Sarà un matrimonio infelice e breve, che le regalerà un figlio, Jordi, nato nel 1929, abbandonato presto, finito da grande in manicomio. «Del figlio parlava poco», ricorderà un'amica. «Non sentiva la maternità. Mi disse che quando era nato Jordi il suo primo pensiero era stato: speriamo che muoia».
Mercè non è fatta per quella vita. Si annoia ed è triste. Quando può lascia il figlio a un'amica e si rifugia a casa della madre per poter scrivere in pace. «Cominciare a scrivere fu un modo per scappare. Come aprire una finestra», racconterà. Ma è la guerra ad aiutarla a prendere decisioni più definitive. Nel 1931 la Catalogna proclama la Repubblica indipendente, gli intellettuali sono chiamati a partecipare alla grande avventura anarchico socialista. Mercè esce di casa e trova il coraggio di portare i primi racconti a una rivista. Il direttore le dà un solo consiglio: "Prima viva, poi scriva". Non ha idea di come lei lo prenderà sul serio...

Arriva infatti il momento di una Mercè Rodoreda che vive la grande storia e i grandi amori, ma poi li nasconde e li trasfigura nei libri, pieni di donne sottomesse e uomini prepotenti e infedeli. Ama perdutamente Andreu Nin, militante trotskista che morirà torturato e ucciso dai comunisti. E poi il giornalista Francesc Trapal.
Quando i franchisti conquistano Barcellona, Mercè scappa con gli amici intellettuali, lasciando il figlio alla madre. Sono decine di scrittori e giornalisti. Li caricano sui camion, li fanno aspettare alla frontiera. Sono scomodi e affamati ma sanno di essere fortunati. A Barcellona si muore per un niente. «Perché ho lasciato Barcellona? Perché era terribile. Il solo fatto di aver lavorato con riviste socialiste e di aver scritto in catalano ti marchiava. Quando lasciammo Barcellona pensavamo di tornare dopo qualche mese, invece gli anni sono passati».
Finiscono tutti nel castello di Roissy-en-Brie, vicino a Parigi, grazie all'interessamento di Picasso. Mercè si innamora perdutamente di Armand Obiols, profugo come lei, che ha lasciato a Barcellona una moglie e una figlia. Si vedono di nascosto, nel parco, la notte. Sono mesi di pura felicità. Armand ha tre anni più di lei, una cultura immensa, un carattere debole. Per tutta la vita nasconderà la sua relazione extraconiugale alla famiglia, e questo spezzerà il cuore di Mercè. «Armand si lasciava portare, e questo suo carattere così poco deciso, così indolente, faceva impazzire Mercè», ha ricordato un'amica. «Non si decise mai a lasciare la moglie, né a chiarirle la situazione. Intratteneva con lei una corrispondenza, e una volta si incontrarono a Bordeaux. Mercè soffriva, piangeva, minacciava il suicidio». Vivranno assieme fino alla morte di lui, avvenuta nel 1971.  


Quando i nazisti invadono la Francia, Mercè e Obiols scappano a piedi dalla capitale. Sono anni di fame e di fatica. Mercè, che è brava a cucire, mantiene tutti e due lavorando per dei negozi di confezioni. Ovviamente, non è felice, ma forse non è nella sua natura. «Pessimista di temperamento, ottimista solo per reazione, con grandi cadute verticali», dice di sè. Sull'amore diventa presto amara: «Non c'è passione che duri tutta la vita, e siccome so da che parte deve venire il male, mi preparo fin da ora perché il dolore sia sopportabile».



Nell'esilio diventa una vera scrittrice, quasi per reazione al colpo ricevuto: «Mi pesano tutti questi anni inutili, demoralizzanti, ma me ne vendicherò», scrive in una lettera a un'amica. «Li renderò utili, stimolanti, che i miei nemici tremino. Alla prima occasione farò un'entrata da cavallo siciliano». Nel 1954 va a vivere a Ginevra, dove Obiols ha trovato un lavoro. La situazione economica migliora leggermente. Scrive tantissimo, dedicandosi a tempo pieno alla letteratura e continuerà a farlo fino alla morte, nel 1983, una volta rientrata in patria e circondata dalla fama. «Per me scrivere è un sedativo, uno stimolante, una fonte di ansia. Ne ho bisogno perché ognuno ha bisogno di fare qualcosa della propria vita. Ma in realtà quello che preferisco è sognare a occhi aperti, o leggere dei gialli o andare al cinema a vedere dei western».
Nel 1962 pubblica il libro che la consacra come la più grande, Piazza del Diamante, storia d'amore ambientata nella Barcellona della guerra civile che Gabriel Garcìa Marquez definirà il miglior romanzo scritto in Spagna dopo la Guerra. «Lo volevo kafkiano, assurdo, con molti colombi. Mentre lo scrivevo mi sono divertita: a volte mi alzavo dallo scrittoio e mi mettevo a ridere per la stanza». Il risultato è, come dirà un critico francese, uno dei libri più rilevanti scritti sull'amore. Mercè Rodoreda ci mette tutto, le sue idee crude sull'argomento, l'innocenza della protagonista («I personaggi letterari innocenti risvegliano la mia tenerezza, sono i miei grandi amici»), e anche la sua capacità di farcela sempre, andando avanti. Come nel finale del libro, pieno appunto di colombi, e di speranza, in una piazza dove la pioggia ha lasciato grandi pozzanghere luminose: «E dentro ogni pozza, per quanto piccola, ci sarebbe stato il cielo...».