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L’ultima pubblicazione in Italia risale a una ventina d'anni fa. Troppi per un romanzo che a parere di Gabriel Garcia Marquez è il più bello mai pubblicato in Spagna dopo la Guerra civile. A coprire questo vuoto, a riproporre ai lettori italiani più attenti La piazza del Diamante di Mercè Rodoreda, in occasione del centenario della nascita della scrittrice più rappresentativa (e - per l'autore di Cent'anni di Solitudine - più enigmatica della letteratura catalana), è ora la Nuova Frontiera, collana Il Basilisco. Libro del mese di febbraio di Fahrenheit, è la storia di una piccola lavoratrice di Barcellona che parla «a nome della speranza, della libertà e del coraggio di tutte lo donne». È Colombetta, «con la faccia come una macchia bianca sul nero del lutto...», Colombetta, così fragile e così capace di trovare dentro sè risorse impensabili. Di affrontare con incosciente innocenza – da quella piazza che è il cuore del barrio de Gracia – gli anni durissimi del dopoguerra e della vittoria franchista. Attraverso la forma efficace e immediata del diario, l'autrice, morta nel 1983, undici anni dopo il ritorno in patria dal volontario esilio delinea con amore il carattere di una ragazzina incolta, le sue peripezie dall'adolescenza alle nozze con un ebanista egocentrico e prepotente, fino alla tragedia della guerra. Con Quimet che muore, lei che rischia di suicidarsi con i suoi bambini, e infine comincia una nuova storia, al fianco di un povero disgraziato che le garantirà un po' di serenità. Ricca di poesia e di simboli, profonda nella sua estrema semplicità, la vicenda di Colombetta che sa cogliere della vita le sue disperate speranze, viene ora riproposta nella traduzione di Giuseppe Tavani, che cura anche la postfazione. Capolavoro riconosciuto della letteratura catalana, La piazza del Diamante (1962), in Italia ha visto la luce negli anni Settanta con la Mondadori, per ritornare poi molti anni più tardi con Bollati Boringhieri e ora in occasione del centenario dell’autrice. A parlarne per la prima volta a Sandra Cisneros fu un parcheggiatore texano. Entusiasta del libro, scarabocchiò titolo e nome dell’autrice su un pezzo di carta e aggiunse che anche García Marquez ne aveva detto un gran bene. Due raccomandazioni troppo distanti una dall’altra per non essere entrambe preziose. La Cisneros se ne innamorò, tanto da scrivere nella nota di lettura: «È la precisione nel nominare l’innomibabile che mi attrae di Mercè Rodoreda, questa scrittrice, per niente piccola, esperta nell’ascolto di chi non parla, di chi è colmo di grandi emozioni ma è muto e non sa nominarle», qualità che hanno suscitato in uno scrittore sensibile come Marco Lodoli la voglia di comprare dieci copie del romanzo appena letto e di regalarle agli amici: per non disperdere il dono ricevuto, per farne partecipi altri lettori. Troppo entusiasmo per un romanzo già pubblicato in Italia nei decenni passati senza particolari riscontri? A chiederselo è lo stesso Lodoli. Che risponde: «Ogni libro arriva quando deve arrivare, e questo ha la trasparenza di una scrittura che permette di vedere oltre l’opacità delle cose, fino al centro segreto della vita».
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