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Jaume Cabré, Signoria

In libreria il 21 Ottobre

Sorrise. Erano ben due anni che non sorrideva. Sua Signoria sorrise, con l’occhio sinistro coperto dalla mano e quello destro infilato nel telescopio. Era come rincontrare un vecchio amico: era infatti la prima volta, in quell’autunno piovoso, che aveva potuto scrutare il cielo, quella sera miracolosamente privo di nuvole. Da un anno non osservava la nebulosa d’Orione e sentiva la mancanza di quel nucleo magico composto da quattro stelle che, secondo monsieur Halley, si allontanavano vertiginosamente le une dalle altre manco si odiassero. Come se nel firmamento ci fosse spazio per l’odio. Tutte le volte che esplorava il cielo, don Rafel Massó i Pujades, cancelliere del Regio Tribunale di Barcellona, veniva colto da una sensazione d’impotenza, di piccolezza, di timore nei confronti dell’ignoto, perché quelle stelle, quelle nuvole leggere che attraverso la lente parevano a portata di mano, erano assurdamente lontane, solitarie, silenziose, irraggiungibili e sconosciute. D’un tratto, gli venne in mente Elvira, poveretta, e don Rafel perse il sorriso. Scosse la testa per scacciare il ricordo e sospirò nel buio del giardino. Si raddrizzò e tirò fuori dalla manica il fazzoletto ricamato. Si soffiò delicatamente il naso. Ogni volta che usciva in giardino a scrutare il cielo, si raffreddava. Eppure indossava sempre la parrucca, il tricorno e il mantello. Osservò a occhio nudo la costellazione di Orione e gli sembrò più familiare del solito. Ricacciò il fazzoletto nella manica e, quando si chinò per riguardare la nebulosa a lui cara, trattenne una bestemmia provocata dalla fuoriuscita dell’immagine dal campo visivo del telescopio. Con la lingua di fuori, impiegò un minuto abbondante per recuperare la nebulosa fuggente. Donna Marianna gli aveva detto che si sarebbe raffreddato e, come al solito, aveva ragione; ma lui quella sera non aveva voluto perdersi quel cielo a Barcellona, che mostrava tutte le stelle del suo inventario autunnale, dopo una sfilza di giorni dominati dal cielo coperto, nemico acerrimo degli astronomi. Certo, don Rafel non era un astronomo. Da giovane, quando si era gettato a capofitto nel mondo contorto, bizzarro e misterioso delle leggi, seppe tuttavia guardarsi intorno con curiosità ed entrò in contatto con fisici rinomati, della fama di don Jacint Dalmases, che lo introdussero nel mondo dell’astronomia. Trascorse parecchie notti in bianco a inseguire inutilmente il doppio sistema della costellazione della Lira – che scomodo cercare la Lira, sempre sullo zenit! -, o le rincorse scherzose e mutevoli di Ganimede, Io, Europa e Callisto – sembrano giocare ad acchiapparella – intorno al gigantesco e pigro Giove, il loro eterno balio, che sfoggiava un occhio misterioso sul ventre, come un Polifemo dello spazio. Don Rafel, sempre da giovane, aveva seguito con interesse le pubblicazioni di monsieur Halley e, per un certo periodo, aveva confessato agli amici di voler diventare un astronomo. Ma alla fine prevalse la realtà: ormai era quasi un avvocato e non valeva la pena gettare alle ortiche tanti anni spesi su codici, canoni, leggi e sentenze. Don Rafel si laureò in Giurisprudenza, si sposò e perse l’abitudine di passare le serate dietro al misterioso silenzio delle stelle. Ogni tanto, faceva trasportare il cannocchiale in giardino e si lasciava cullare dai sogni, poiché era un uomo eternamente scontento. Invidiava la posizione e la ricchezza altrui, la bellezza delle dame degli altri, la saggezza di pochi, la prudenza di pochissimi e la felicità di quasi nessuno. Perciò, la sua vita era caratterizzata da una bramosia costante e dall’inquietudine dell’insoddisfazione, che lo spingevano a sognare senza essere poeta, a innamorarsi senza essere un don giovanni, a scalare posizioni sempre superiori agli altri, sperando di raggiungere la felicità. Ma, siccome era intelligente, sapeva mantenere le posizioni conquistate, pur a costo dell’odio e dell’invidia altrui. In definitiva, erano tutti gesti disperati, maldestri, con lo scopo di acciuffare la felicità. Il brutto è che non ci riusciva. E in momenti di spassionata riflessione ammetteva a se stesso di trovarsi a metà di qualsiasi strada. Come Giove. Don Rafel era come Giove: troppo grande, troppo ambizioso, troppo voluminoso per essere un pianeta solido; troppo piccolo, troppo debole per trasformarsi in una stella di fuoco, con tanto di energia e luce propria. Ma, al pari di Giove, aveva dei satelliti.
«Ma insomma, sparisce di nuovo!» si lamentò don Rafel verso il vuoto. In quel momento, sentì i passi e vide una luce oscillante. «Spegni la lanterna, Hipòlit!» gridò rivolto ai bagliori che si avvicinavano.
«La signora mi ha ordinato di dirle che è ora di rientrare», si sentì la voce del servo invisibile.
«Ho finito, ho finito!...» E si chinò infastidito, poiché aveva di nuovo perso la nebulosa.
«La signora mi ha ordinato di dirle», insisteva Hipòlit nel buio, «che sono le otto. E che vi dovete cambiare la parrucca per andare al concerto».
«Lasciami da solo» ruggì seccamente. E non abbandonò la sua postazione al telescopio finché non gli passò la rabbia provocata dall’interruzione del servo. Ma ormai era svanita quella tranquillità interiore necessaria per scrutare il cielo. Ancora leggermente indispettito, si incamminò verso casa, al buio, urtando contro le panchine di pietra e contro i suoi pensieri perché, per un istante, fugacemente, gli era tornata in mente l’immagine di Elvira.

Jaume Cabré, Signoria, traduzione dal catalano di Ursula Bedogni
dello stesso autore: Le voci del fiume