| Liberazione/Marco Peretti |
|
|
|
Lo Spartaco nero del BrasileIntervista allo scrittore angolano José Eduardo Agualusa in Italia per presentare il suo ultimo romanzo, "Quando Zumbi prese Rio"E' importante che i brasiliani riscoprano l'Africa, non solo come uno spazio di tragedie ma come un continente di cultura. Questo permetterebbe di recuperare la dignità a tanti brasiliani discendenti dall'Africa». Esordisce così José Eduardo Agualusa, in Italia per presentare il suo ultimo romanzo, Quando Zumbi prese Rio, (trad. di Giorgio de Marchis, La Nuova Frontiera Editore). Angolano, di nazionalità portoghese e residente in Brasile, José Eduardo Agualusa individua le proprie radici in un'identità meticcia, risalendo alla cultura africana contemporanea come ad una potenzialità di riscatto per tutti i colonizzati. Non a caso il suo romanzo si muove in uno spazio lusofono tra Luanda e Rio de Janeiro: città collegate anche da un passato, rievocato dal personaggio Francisco Palmares, ex colonnello angolano del Ministero della sicurezza di Stato. Attraverso gli occhi dell'ex militare - che vende armi ai narcotrafficanti - e le domande di un giornalista, lo scrittore fa rivivere nella figura di Jararaca (un narcotrafficante a capo di una rivolta nelle favelas di Rio) il mito di Zumbi: lo Spartaco nero che governò il Quilombo dos Palmares - repubblica di neri fuggiti dalla schiavitù - e che guidò nel XVII secolo la resistenza brasiliana contro i portoghesi. Il Brasile viene considerato nel suo romanzo un paese non ancora decolonizzato. La rivolta nelle favelas, guidata da Jararaca - il narcotrafficante - fa rivivere il mito di Zumbi in stretto collegamento col nome e la figura di un ex colonnello angolano. E' un modo per sottolineare la matrice africana come fonte d'identità e di riscatto? Senza dubbio, Zumbi è oggi un eroe nazionale, una figura che si presta a essere recuperato. Io ho provato a immaginare il suo Quilombo di Palmares che era la città dove si erano rifugiati i capi della rivolta, e ho provato ad attualizzare questo mito e a collocare il Morro da Barriga nel cuore di Rio de Janeiro. Riportando così Zumbi ai giorni nostri. Penso che sia importante per il Brasile riconoscere il ruolo dell'Africa nella sua costruzione. Sullo sfondo permane l'ombra del colonizzatore - il Portogallo - e una memoria dolorosa che non si può annullare. Al tempo stesso la cultura portoghese sembra essere un veicolo per costruire una nuova comunità o quella che in un altro romanzo ha definito la «Nazione Creola». E' così? Il nostro mondo è fatto di blocchi e parlo da angolano. E credo che l'Angola debba collocarsi all'interno di uno spazio lusofono, ma in una relazione di parità. Credo che sia vantaggioso per tutti i paesi, per l'Angola, per il Brasile, ma anche per il Portogallo che all'interno dell'Europa vede la sua identità in pericolo. Questa può essere tutelata solo attraverso la garanzia di questo spazio lusofono. E' una fonte alla quale il Portogallo può abbeverarsi per ricordarsi chi è. Il romanzo quando è stato pubblicato in Portogallo ha suscitato qualche polemica. C'è chi lo ha accusato di aver dato un'immagine falsata del movimento nero... Si è trattato di un singolo articolo e io non posso criticarlo. Il romanzo deve inquietare e creare discussione, soprattutto in Angola dove a lungo non è stato possibile scambiarsi opinioni e quindi è una fortuna che oggi ci sia polemica. Il romanzo è stato letto da amici del movimento nero, alcuni lo hanno apprezzato alcuni un po' di meno. Per quel che riguarda invece la persona che lo ha criticato in Portogallo, si tratta di un bianco, portoghese, europeo e in Brasile si è soliti dire "è stato più papista del papa". Il 20 novembre, data della morte di Zumbi, che significato ha? E' una data che viene festeggiata in Brasile dagli afrodiscendenti che in quest'occasione pensano alle lotte che devono essere combattute per liberarsi definitivamente dallo schiavismo. Il libro è proprio una riflessione sugli afrodiscendenti del Brasile e per questo la data è all'inizio e alla fine del libro. Narcotrafficanti - che però lottano per una "causa" - e armi. E' una provocazione per non far dimenticare l'Angolagate? L'Angolagate è un processo complicato. A Rio de Janeiro ci fu un piccolo scandalo: la polizia denunciò la presenza di "mercenari angolani" nel Commando Rosso. Si faceva riferimento ad un attacco condotto con strategie militari di cui avrebbero fatto parte dei neri con accento non brasiliano ma portoghese. La presenza di questi angolani in realtà non è stata mai provata e tuttavia è un'ipotesi plausibile anche se è un'ipotesi letteraria. Come si sta sviluppando il processo di pacificazione in Angola? La maggior parte della popolazione ritiene che questa pace durerà. I principali obiettivi sono la democratizzazione e lo sviluppo e non ci può essere uno senza l'altro. Credo soprattutto nei poteri locali, la democrazia è soprattutto questo. L'ho visto personalmente in Portogallo e in Brasile, la democrazia ha dato la possibilità di eleggere localmente i propri leader, i propri rappresentanti e questo ha permesso un enorme sviluppo di piccoli centri. In Angola questa cosa non è mai avvenuta. Le uniche elezioni che sono state fatte sono quelle del presidente che è in carica dal 1979, ci doveva essere un ballottaggio perché non aveva ottenuto il 50% ma non c'è mai stato. In sostanza è al potere dal 1979 senza avere l'appoggio della popolazione. |