Barocchi viaggi portoghesi…Il romanzo di Agualusa è ugualmente spericolato, ma qui la visionarietà è dichiarata, non è nella scrittura soltanto, e nelle storie che si raccontano, ai limiti della fantapolitica e intrecciando il vero e l’improbabile, il documentato e l’immaginato con la giustificazione che l’una o l’altra cosa sembrano appiccicarsi l’una all’altra indissolubilmente gia nella realtà del nostro tempo, e in particolare in quella che vede uniti tre continenti, tra Angola-Mozambico, Portogallo, Brasile, con echi forti di quel Nord-America che cerca (da De Lillo ai Burned Children della bella antologia di Minimum Fax ma anche al cinema perdente dei Tarantino dei Lynch) un modo di dire il presente che ne sia all’altezza: del suo delirio, del suo nondicibile, del suo orrore. In Quando Zumbi prese Rio molti personaggi probabili-improbabili si ritrovano nella capitale del Brasile venendo dalle Afriche lusitane, prigionieri dei loro ruoli o del loro passato di rivoluzionari saliti al potere e di conseguenza traditori della rivoluzione. Sono due principalmente, il nano, nero, omosessuale, giomalista Eucides Matoso da Camara, mosso da insopprimibile bisogno di sapere e capire, e l’ex colonnello Francisco Palmares in fuga da rimorsi, amori, vendette. Attorno a loro, in un andirivieni volentieri allucinato, passano cento personaggi, vicende, ricordi, tra mondo politico e culturale e mondo dell’emarginazione da favelas, dove cresce la rivolta tra droga e rap, tra anelito di liberazione e pulsione distruttiva e autodistruttiva. Anche qui i riferimenti grondano, dal cinema alla musica alla letteratura alla storia di più Paesi, dentro una post-modernità che propone infuocati tramonti di civiltà furiose passioni e odi inestinguibili, esagerazioni che vogliono essere tali, per riuscire a dire l’estremo, con maggiore o minore onestà dello sguardo. Questo universo violento macina cento influenze come in molti scrittori angolani, fa pensare a quello della tragedia elisabettiana ma anche al Glauber Rocha del «mare che diventerà sertão o del sertão che diventerà mare» o ai finali «mucchi selvaggi» di Peckinpah. Di esso non si dà spiegazione attendibile se non metafisica, e Agualusa riporta alla sua origine africana la celebre storiella usata da Welles in La signora di Shanghai e da Jordan in La moglie del soldato, quella dello scorpione che affogherà assieme alla rana che gli fa attraversare il fiume perché non può fare a meno di pungerla, perché “questa è la sua natura”. E però dice Euclydes: «Noi angolani siamo ottimisti. I pessimisti sì sono già suicidati tutti, il pessimismo è un lusso per i popoli felici».
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